Un Ohnan cantava mesto.

Cantava dell’uomo-falco, della sua forza e del suo coraggio. Le terre erano unite, un tempo, quando lui viveva per il suo amore.

Ma era un’era gravida di oscurità.

La voce dell’Ohnan si piegò, in un pianto.

Era l’epoca dei Venti, quando arrivarono e distrussero tutto ciò che sfioravano. L’uomo-falco non poté nulla contro di loro. Nessuno poté nulla. L’impeto del Vento rapì il suo amore, distruggendo così l’unica cosa per cui valesse la pena di vivere.

La taverna dove il bardo raccontava il suo canto popolare era in silenzio, ammaliata dall’ennesimo racconto dell’uomo-falco e della sua donna e dalla tristezza di saperli ancora in cerca l’uno dell’altra.

C’era la guerra, e la luna Rubra bruciò sotto l’impeto della violenza di quel periodo. Tinse il cielo del Nord di rosso.

La Bianca non capì né dove fosse, né tanto meno come mai fosse lì. Non conosceva il luogo, né i suoi avventori. Conosceva la canzone, nata quando ormai era Sacerdotessa. Era un mito di cui non ricordava l’origine.

Tuttavia ricordava benissimo l’arrivo di ciò che avrebbe distrutto tutto.

L’Ohnan continuò a cantare.

Raccontò del terremoto che seguì i Venti, di come la terra si spaccò in due. Continuò a raccontare, ma la Bianca smise di ascoltare. Si ritrovò seduta, sola, su una seggiola lontana dal bardo, vestita con le vesti che celebrano il Vespro.

Cercò di alzarsi, ma rimase immobile.

D’improvviso il cantore smise di parlare e si zittì. Tutta la locanda cadde in un silenzio innaturale. Come un fuoco che si spegne, divenne tutto grigio, senza colore. E divenne tutto freddo.

L’Ohnan si alzò, e si avvicinò a lei silenziosamente. Camminava, ma pareva non toccare il suolo coi piedi, pareva quasi privo di materia.

Si avvicinò, di più, e le si accostò al viso.

“Tu” le disse” che sei stata testimone della fine di un’Età, nel buio vedrai il tramonto della seconda”

La Bianca sgranò gli occhi e non capì, ma schiacciò d’istinto la schiena contro la sedia, per allontanarsi il più possibile da quel bardo che le parlava come se la conoscesse.

L’aria si fece ancora più gelida.

“Non è possibile per gli uomini vedere l’alba e il tramonto delle Età.”

“Chi sei?”

“Chi ero”

“Sei morto?”

Lui annuì, e la Bianca cercò di guardarlo bene in viso. Si accorse che l’ Ohnan non aveva un viso definito; lei non riusciva a vederlo. Poteva essere vecchio, o poteva essere giovane, si accorse che poteva essere qualunque cosa.

“Sono morto, non cercare di guardarmi, io non esisto più”

“Chi sei?”

Lui sembrò alzare la spalle e la Bianca ebbe la sensazione che l’Ohnan sospirasse.

“Te l’ho già detto, io ero”

“Che cosa ti è successo?”

Di nuovo, il bardo sospirò: “Ora mi ritrovo solo a cantare, ciò che è stato nel passato non ha importanza”

La Bianca sgranò gli occhi. La voce, le movenze e soprattutto quella cadenza così particolare nel sillabare ogni singola parola…

Lui sorrise, consapevole che lei l’aveva riconosciuto.

“Sei stato ucciso”

Il cantore non rispose, per un attimo. La sacerdotessa si accorse che intorno a loro non c’era più nessuno, solo neve e freddo.

“Nessun umano può essere il testimone dell’alba e del tramonto di un’Età. Ma ora, adesso che il sole ha cominciato a declinare ma è ancora luminoso, salvati. Salva te stessa e ciò che ami.”

Una folata di vento gelido le ghiacciò le guance. La Bianca rimase immobile, incapace di parlare.  Non aveva più voce, né fiato in gola.

L’Ohnan sorrise.

“Ci rivedremo a suo tempo, quando verrai da me. Per ora, salvati”.

Divenne tutto di un buio innaturale e così freddo da gelare il cuore in un istante.

La Bianca si svegliò di soprassalto, gridando con la sua voce vecchia e gracchiante. Le membra le facevano male e aveva il fiato corto.

Fu in quell’istante che divenne consapevole che la Seconda Età era prossima al termine e che lei non avrebbe visto l’alba della nuova: sarebbe morta presto, nel gelo.

  


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